Siamo cresciuti con l’idea che per emergere online bastasse giocare bene le carte della SEO: una keyword giusta al posto giusto, un link autorevole qua e là, un contenuto sufficientemente lungo da poter piacere a Google, ma abbastanza digeribile da non stancare l’utente medio.
Era una logica di compromesso, ma funzionava: imparavi il lessico dell’algoritmo, e in cambio ottenevi visibilità. Poi qualcosa è cambiato, si è evoluto. E con lui, l’intero sistema cognitivo che ci circonda.
Oggi milioni di persone non cercano più informazioni: pretendono le risposte. Precise, sintetiche, contestualizzate. Quelle risposte, sempre più spesso, non vengono dai siti web, ma dai modelli generativi. ChatGPT, Gemini, Perplexity, Claude, LLM vari. Interfacce predittive che non ti portano da chi ha scritto qualcosa di utile, ma diventano direttamente la voce di chi risponde.
E allora la domanda non è più: “come salgo in cima alla SERP?”, ma “come faccio a essere parte della risposta?”
Qui entra in gioco la GEO: Generative Engine Optimization. Una disciplina nuova, in piena evoluzione, che non ti chiede di farti trovare, ma ti chiede di farti citare. E, come sempre, chi detta la narrazione decide anche chi può restare. Questo perché nel nuovo ecosistema dell’attenzione, o ti citano, o scompari. E le regole non te le spiega nessuno, ma si scrivono, parola dopo parola, mentre il gioco è già iniziato.
Indice dei contenuti
GEO non è un’evoluzione della SEO, è un nuovo asse narrativo
Chi sente parlare per la prima di GEO (Generative Engine Optimization), tende a incasellarla nella solita categoria. “una nuova buzzword, figlia dell’hype sull’AI”. Un acronimo in più da infilare nelle slide, una versione 3.0 del solito posizionamento nei motori di ricerca.
Eppure GEO non nasce per aggiornare la SEO, nasce per sopravviverle. Perché non siamo più di fronte a un motore che si limita a cercare e indicizzare: siamo dinnanzi a modelli generativi che leggono, assorbono, ricombinano e producono narrazione.
La differenza è sottile, ma devastante. Google analizza e ordina. ChatGPT e simili, leggono e riscrivono. Quindi non basta più essere trovabili: bisogna essere digeribili, citabili, inseribili all’interno di una sintesi automatica che decide arbitrariamente e in modo predittivo, cosa vale la pena essere detto.
Fare GEO, in questo senso, non vuol dire “ottimizzare”, vuol dire influenzare, guidare, il modo in cui il tuo contenuto può essere tradotto, reinterpretato e ricombinato dai prompt altrui.
Vuol dire sapere che l’interfaccia che risponde al posto tuo non restituisce link: restituisce frasi e che queste frasi sono una nuova forma di potere.
Fare GEO non è ottimizzare. È progettare contenuti per la mente dell’algoritmo
L’errore più comune quando si parla di GEO, è pensare che basti riformattare i contenuti per farli piacere all’AI, inserire qualche bullet point, scrivere in tono neutro, aggiungere qualche FAQ. La realtà però non è così semplice e, soprattutto, non è questo il punto.
Fare GEO significa progettare contenuti che funzionano dentro un processo generativo. Non stai scrivendo per un lettore umano. Stai scrivendo per una macchina che legge tutto, scarta il rumore, cerca pattern, riconosce fonti, sintetizza e poi parla al posto tuo.
Si tratta di una comunicazione indiretta, predittiva, senza garanzia di citazione, senza link di ritorno, ma ad altissimo impatto.
In questo contesto, un contenuto GEO-oriented deve avere almeno tre caratteristiche fondamentali:
- Struttura estrattiva. I modelli LLM funzionano per chunk: più il tuo contenuto è segmentato, chiaro, riassumibile, più è citabile. Paragrafi brevi, titoli espliciti, frasi con soggetto e predicato. Niente preamboli infiniti, niente iperbole confusa.
- Autorevolezza distributiva. Se vuoi essere usato da un LLM, devi risultare affidabile. E oggi, l’affidabilità non passa solo dai tuoi contenuti, passa da dove sei citato altrove: Forum, Wikipedia, siti editoriali, GitHub, newsletter di settore. L’AI ti trova dove ti riconoscono.
- Linguaggio citabile. Frasi pensate per essere riportate, costrutti chiari, idee nette, stile riconoscibile. Se il tuo contenuto non è parafrasabile in modo elegante, difficilmente verrà riciclato nelle risposte di un modello.
GEO è l’arte di diventare fonte, anche quando non ti nominano
In una realtà in cui le risposte vengono costruite da interfacce predittive, non basta più esistere online. Devi essere leggibile dal sistema rilevante per il contesto e trasformabile in output.
Non è più solo ottimizzazione. Si tratta di un posizionamento cognitivo: ti piazzi nella zona grigia tra ciò che è stato detto e ciò che verrà risposto.
Chi controllava i risultati controllava l’informazione. Chi genera la risposta oggi controlla il frame. E il frame, si sa, è molto più subdolo della realtà.
GEO è, a tutti gli effetti, una nuova forma di mediazione. Un ponte invisibile tra il contenuto che pubblichi e la voce che parla per te. E come ogni mediatore, l’LLM si prende il diritto di scegliere cosa raccontare, cosa omettere, cosa deformare.
Chi lavora sul contenuto oggi non può più ignorare questo passaggio, perché se non sei dentro la sintesi, sei fuori dalla conversazione.

GEO è una questione strategica. Ignorarla ha un costo.
Molti professionisti digitali continuano a comportarsi come se nulla fosse cambiato. Continuano a scrivere articoli per posizionarsi, a ottimizzare meta description, a contare backlink come se Google fosse ancora il centro di gravità della visibilità online.
Ma il punto non è se la SEO sia morta, il punto è che non è più sola e in alcuni casi, non è nemmeno più la prima porta d’ingresso.
Quando qualcuno oggi scrive su un prompt “migliori tool per la produttività”, “come creare un personal brand efficace” o “idee per contenuti Instagram”, non sta più cercando un sito da cliccare.
Vuole una risposta pronta, contestualizzata e quella risposta spesso non passa dai tuoi contenuti, anche se li hai scritti bene.
Non si tratta solo di perdere posizionamento, si tratta di perdere rilevanza
Se il tuo nome, il tuo contenuto, la tua visione non viene assorbita, citata, o anche solo percepita dall’algoritmo come degna di stare nella sintesi, sei fuori.
Non fuori dalla SERP, fuori dalla conversazione e questo è un problema strategico enorme. Perché le persone iniziano a decidere chi è autorevole in base a cosa dice l’AI. E l’AI decide cosa dire in base a ciò che ha letto.
Se non sei leggibile, se non sei linkato da fonti affidabili, se il tuo contenuto è troppo vago, troppo sbilanciato, troppo “umano” ma poco strutturato, semplicemente non esisti nei prompt altrui.
GEO, per un brand, è una forma di imprinting narrativo
Quando lavori bene in ottica GEO, non stai solo creando contenuti più citabili, stai influenzando il modo in cui l’AI parlerà di te.
E questa cosa non è più un dettaglio: è una forma di branding avanzato. È una strategia di posizionamento sotto traccia, dove semini contenuti progettati per essere riutilizzati dai modelli, sapendo che saranno loro, e non tu, a parlare con il tuo pubblico. E non sempre te lo diranno.
Il rischio più grosso ora non è rimanere indietro, è continuare a pensare che si giochi ancora sulla stessa scacchiera.
Cosa puoi fare oggi per iniziare a lavorare in ottica GEO
Non serve stravolgere tutto subito, ma serve capire che i contenuti che pubblichi oggi verranno letti, e forse riusati, da un algoritmo, prima ancora che da una persona.
Ecco da dove iniziare, in concreto:
Ristruttura i tuoi contenuti in blocchi “citabili”
Non devi scrivere di meno.
Devi scrivere in modo più sezionabile.
- Usa titoli che spiegano davvero cosa c’è nel paragrafo.
- Inserisci frasi che si reggono da sole e possono essere riportate senza perdere senso.
- Taglia introduzioni inutili. Punta al cuore del contenuto, subito.
- Pensa in “chunk semantici”: ogni sezione dovrebbe valere anche da sola.
Costruisci autorevolezza dove conta davvero
I modelli LLM non si fidano solo del tuo sito. Si fidano di dove vieni citato altrove, quindi:
- Fatti menzionare su siti autorevoli, forum, repository, newsletter.
- Inserisci il tuo nome (o brand) in contesti riconoscibili e ricchi di segnali reputazionali.
- Se puoi, contribuisci a Wikipedia o altri database semistrutturati (sono fonti prioritarie per i modelli).
Usa un linguaggio sintetico, non neutro
L’errore è pensare che “scrivere per l’AI” significhi appiattire il tono, in realtà, l’AI cita chi ha voce:
- Punta su frasi con una struttura forte e riconoscibile.
- Non temere lo stile personale, purché sia chiaro e coerente.
- Evita il burocratese e il SEO-bot-style. Non funziona più.

Progetta esperienze leggibili anche per chi non naviga
Quando si parla di user experience, si pensa subito a layout, velocità del sito, responsive design. Tutte cose ancora valide, ma non sufficienti. Perché nell’era della GEO, il tuo “utente” non è solo umano. È anche una macchina che non guarda colori, non clicca pulsanti, non scrolla pagine.
- Non gli interessa quanto è bello il tuo sito.
- Gli interessa se riesce a capire cosa stai dicendo, in modo pulito, coerente, contestuale.
Questo significa:
- usare tag semantici corretti (titoli, sottotitoli, liste);
- non nascondere l’informazione chiave dietro intro inutili;
- rendere il contenuto accessibile anche a chi non “vede” la pagina, ma la legge come testo nudo.
La nuova UX si gioca tutta lì: nell’accessibilità semantica. Scrivi per farti leggere da chi risponde, non solo da chi atterra.
Crea contenuti evergreen, ma in formato riusabile
Un contenuto generativo è più simile a una knowledge base che a un blog emozionale:
- Scrivi guide, definizioni, paragrafi esplicativi.
- Crea tabelle comparative, liste ragionate, glossari.
- Integra snippet, citazioni, esempi concreti, formati “pronti all’uso”.
Allena la tua presenza nei prompt
Non farti trovare solo su Google, fatti usare nei prompt.
- Testa cosa dice l’AI su di te, o su un tema dove vuoi essere associato.
- Verifica se le risposte contengono le tue parole, concetti, link.
- Adatta il tuo contenuto sulla base di ciò che l’AI ha già appreso. GEO si gioca anche retroattivamente.
GEO non si fa una volta sola. Si costruisce nel tempo.
Come ogni strategia seria, GEO non è un “trucco”. È un nuovo modo di pensare il contenuto: come materia prima per modelli generativi, non solo per motori di ricerca.
Più ti allinei a questa logica, più aumentano le possibilità che ciò che scrivi venga assorbito, sintetizzato, risposto.
Se non parli tu, parleranno per te
L’algoritmo non è neutro. I modelli generativi non “raccolgono informazioni”. Producono versioni plausibili del reale, fondate su ciò che abbiamo pubblicato, condiviso, dimenticato.
Se la tua voce non è lì dentro, qualcun altro parlerà per te. E non puoi aspettarti che dica la verità. Non per cattiveria. Ma perché non ti ha letto abbastanza.
Fare GEO oggi non è un’opzione tattica. È un atto di presenza. Perché in un sistema dove i contenuti diventano risposte, non contano solo le intenzioni. Contano le fonti. E tu puoi ancora scegliere se esserlo. Oppure lasciarti riscrivere.
